turismo responsabile

Cosa significa Turismo Responsabile?

Perché è importante essere turisti responsabili

Cicloturismo in Salento, Puglia

Se ti stai chiedendo cosa è il turismo responsabile, forse questa risposta ti stupirà: il turismo responsabile è come il turismo dovrebbe essere.

Quindi, non è una moda del momento o una scelta a catalogo in un’agenzia di viaggio, magari all’ultima pagina dopo le crociere e i villaggi vacanze. Diciamo però, che se il nostro discorso parte dalle conseguenze negative del turismo di massa allora possiamo pensare il turismo responsabile come la soluzione.

Facciamo un passo indietro, anche nella storia. L’espressione “turismo di massa” descrive il fenomeno turistico del ‘900. Prima di allora, viaggiare era appannaggio di una piccola élite “con i soldi”, senza la necessità di lavorare e quindi con molto tempo disponibile (essendo i viaggi inevitabilmente lunghi, dati i mezzi di trasporto dell’epoca).
La lunga epoca dei Grand Tour vive il suo declino tra l’800 e il ‘900 quando lentamente le innovazioni tecnologiche, le migliori condizioni economiche, le trasformazioni nell’organizzazione del lavoro, permettono a sempre più persone di avere tempo libero, risorse e mezzi per poter partire per un po’.

L’espressione “turismo di massa” poteva descrivere il secolo passato, la nascita e l’evoluzione del moderno settore turistico, ma ora il suo utilizzo ha una connotazione principalmente negativa a causa dei danni ambientali e della iniqua distribuzione dei benefici che genera.
Nostalgici dei tempi passati? Assolutamente no, perché se viaggiare fa stare bene e apre la mente (quando è una propria scelta e non una costrizione ovviamente), allora tutti dovrebbero poterlo fare.

La realtà è che chi può viaggiare è ancora una élite.

Chi vive in un paese povero ad esempio, non solo non può viaggiare ma “deve” anche accogliere enormi flussi di turisti senza che questo significhi necessariamente nuove risorse economiche per sé e per la sua famiglia o opportunità di sviluppo per la sua comunità.

La soluzione allora è fare in modo che l’esperienza turistica porti davvero un beneficio, non solo a chi parte ma soprattutto a chi accoglie e che i suoi impatti negativi siano limitati.

Come renderlo possibile? Ed ecco che l’espressione “turismo responsabile” nasce da un pensiero critico, da una sempre maggiore consapevolezza che tale fenomeno economico in crescita era causa di disuguaglianze e ingiustizie.

Il turismo responsabile è il turismo attuato secondo principi di giustizia sociale ed economica e nel pieno rispetto dell’ambiente e delle culture. Il turismo responsabile riconosce la centralità della comunità locale ospitante e il suo diritto ad essere protagonista nello sviluppo turistico sostenibile e socialmente responsabile del proprio territorio. Opera favorendo la positiva interazione tra industria del turismo, comunità locali e viaggiatori.

AITR Associazione Italiana Turismo Responsabile

Questa è la definizione adottata da AITR nell’assemblea del 9 ottobre 2005. Credo che sia esaustiva e completa e in grado di comprendere anche declinazioni come “turismo sostenibile” o “eco-turismo”. Mi voglio soffermare su alcune parole in particolare: giustizia sociale ed economica, rispetto dell’ambiente e rispetto delle culture.

Questi sono i principi che il turismo, in quanto fenomeno economico ma anche sociale e culturale, deve rispettare e che, applicati a casi specifici, pongono molti interrogativi e spesso questioni etiche.

Ti racconto una storia per spiegarmi meglio.

Un ricco imprenditore straniero decide di costruire un albergo di lusso sulla costa settentrionale della Tanzania, in una zona ancora poco interessata dai principali flussi turistici del Paese. La struttura è una sorta di resort a pochi passi da un piccolo villaggio che ha un paio di ristorantini e un paio di guest house locali, entrambi molto spartani e sicuramente non in grado di accontentare turisti più esigenti. Lì mangiai un fantastico risotto al pesce, seduta su uno sgabello alla luce di una candela.

Un investimento del genere può senz’altro essere una risorsa per il villaggio e per la sua comunità: offrire nuove opportunità di lavoro, attirare gente facoltosa, portare un po’ di ricchezza in grado di migliorare la qualità della vita dei suoi abitanti.

Eppure non è così scontato che ciò avvenga.

Uno scenario possibile è questo: il ricco proprietario assumerà personale qualificato che molto probabilmente non troverà nel villaggio; i servizi che vorrà offrire (dalla semplice acqua corrente alla piscina, centro benessere e spa) richiederanno un importante consumo di acqua, probabilmente minando l’accesso alle risorse da parte degli abitanti; i turisti che arriveranno trascorreranno la maggior parte del tempo all’interno della struttura per poi uscire per qualche ora con grandi e inquinanti jeep per l’immancabile safari.

Gli abitanti del villaggio vedranno di passaggio dei ricchi bianchi entrare e uscire dal resort, magari scambieranno due parole (anzi gesti) con il più avventuroso che deciderà di fare due passi sullo sterrato fangoso sperando di incontrare qualche bimbo a cui offrire caramelle (o spiccioli) e scattare un selfie, per poi tornare a casa e raccontare la solita storia di quanto gli africani siano belli e sorridenti anche se non hanno nulla.

In questa situazione quei principi possono facilmente essere violati.

E’ facile percepire l’ingiustizia che subisce la comunità locale ospitante che mette a disposizione le proprie risorse e la propria accoglienza senza ottenere reali benefici e nemmeno la possibilità di raccontarsi. La sostenibilità ambientale del villaggio è messa a rischio dalle scelte imprenditoriali di qualcun altro. Inoltre, senza un incontro e un confronto mediato, sarà evidente solo una forte diseguaglianza economica che genererà fenomeni come l’elemosina che, anche se rompe gli equilibri e le regole della comunità, è la più facile (forse unica) possibilità di guadagno da ciò che sta incomprensibilmente accadendo.

Ecco che gli stereotipi dell’uomo bianco ricco e l’uomo nero povero (ma felice) si riproducono, con la presunzione di entrambi di aver capito tutto l’uno dell’altro senza nemmeno parlarsi.

Particolare di un’imbarcazione sul fiume Pangani in Tanzania

Pensi che sto trasformando le tue vacanze in qualcosa di “pesante”, tipo un esame da superare o una prova della tua etica?

Essere turisti responsabili non è un’alternativa, ma una necessità, una specie di legge morale imposta da nessun altro se non dal nostro senso di responsabilità, che forse possiamo tradurre in “buon senso”. Ti sto proponendo una sfida: andare in vacanza, divertirti, portare ricchezza e tornare più ricco.

Accetti la sfida? Ecco cosa ti aspetta:

  • Parti leggero, lasciando a casa pregiudizi e stereotipi per ritornare a casa soddisfatto di avere le idee meno chiare di prima.
  • Lasciati affascinare e stupire da cose mai viste senza giudicarle.
  • Riscopri il piacere di leggere e informarti per capire meglio la cultura del luogo che stai visitando.
  • Comprendi che il tuo comportamento in viaggio può essere una risorsa tanto quanto può creare un danno.
  • Senti la mancanza delle tue cose e abitudini e scopri di poterne fare a meno.
  • Desidera di tornare a casa con una voglia irrefrenabile di ripartire.

Queste sono alcune delle sfide che io affronto quando viaggio. Sono anche le tue da turista? Ma tu ti senti più turista o viaggiatore?

Questa dicotomia, ormai molto di moda, trasforma automaticamente il turista in “cattivo” e il viaggiatore in “buono”, ma in fondo sono solo delle parole e quello che fa la differenza è il comportamento. E tornando al discorso iniziale, se il turismo responsabile è l’unico turismo possibile allora possiamo chiamarci anche “turisti” (e non viaggiatori) senza sentirci in colpa.

Facciamo un identikit del turista responsabile:

  1. Si informa sulla meta scelta prima di partire, non solo sulla storia e cultura, ma anche su usanze e tradizioni dei suoi abitanti.
  2. Ricorda sempre di essere un ospite, mette da parte le proprie esigenze accogliendo ciò che la comunità può offrirgli e rispetta le regole locali, anche se non le condivide.
  3. Mantiene un comportamento etico e rispettoso durante tutto il viaggio, adattando eventualmente anche il suo abbigliamento (ad esempio nei luoghi di culto).
  4. Scatta fotografie a luoghi e persone con discrezione, magari chiedendo l’autorizzazione.
  5. Sceglie i servizi locali (alloggi, ristoranti, guide) per sostenere l’economia locale.
  6. Coglie le opportunità di incontro e dialogo con la comunità che lo ospita per creare relazioni positive e di confronto.
  7. Rifiuta attrazioni turistiche che sembrano sfruttare persone e animali per il solo divertimento degli ospiti.
  8. È attento al suo impatto ambientale, evitando sprechi di cibo e risorse energetiche, non inquinando strade e luoghi naturali.
  9. Predilige l’artigianato locale come souvenir agli oggetti più economici di dubbia provenienza.
  10. Torna a casa e racconta ad amici e parenti l’esperienza vissuta valorizzando il suo comportamento e le sue scelte responsabili.
Preparazione del gelato artigianale a Melaka, Malesia

In quanti di questi comportamenti ti riconosci?

Credo che il primo passo, quello più difficile ma più importante, è capire se quando si viaggia ci si ferma almeno a riflettere su questi punti. Se quando sei a casa tua, o nel tuo quartiere e nella tua città, non butti una carta a terra, perché dovresti farlo quando sei in casa di qualcun altro? Credi che i tuoi luoghi siano più importanti e meritino più cura di quelli degli altri?

Se a casa tua ti preoccupi dei consumi energetici (e delle bollette) e cerchi di ottimizzare il numero di lavatrici, perché farti cambiare ogni giorno le asciugamani dell’hotel anche quando non è necessario?

Diciamo la verità, la maggior parte di noi quando è in vacanza non vuole pensieri. Vuole essere distratto.

Eppure credo che essere consumatori critici sia prima di tutto un’attitudine, poi una missione fondata sulle nostre regole di responsabilità che non possiamo fare a meno di rispettare, ovunque siamo o stiamo andando. Se poi anche a casa nostra siamo così “distratti”, allora siamo davanti a un problema ben più grande.

Ecco perché il turismo responsabile rientra nella più ampia sfera del consumo critico,

Al pari delle scelte alimentari, dell’arredamento, della cosmesi, dell’abbigliamento e così via. Dal primo passo che facciamo per organizzare le nostre vacanze infatti, diventiamo immediatamente “consumatori” di qualcosa (e clienti di qualcuno).

La scelta della destinazione, dell’agenzia di viaggio a cui affidarci, del mezzo di trasporto da usare, della struttura ricettiva dove alloggiare, del ristorante dove mangiare, della guida o accompagnatore, sono solo alcune delle scelte in cui possiamo agire secondo quei famosi principi, giustizia economica e sociale, rispetto dell’ambiente e delle culture.

L’obiettivo della responsabilità nel turismo non riguarda solo chi parte, include l’intera filiera dell’industria turistica: tutti gli operatori coinvolti nell’offrire beni e servizi possono scegliere di rispettare quei principi.  Si parla di responsabilità sociale di impresa o, in alcuni casi, di vera e propria impresa sociale.

Per capire meglio cosa significa viaggiare in modo responsabile, ipotizziamo di essere, prima ancora che dei viaggiatori, dei programmatori turistici che devono costruire una proposta di viaggio di turismo responsabile.

Ecco le principali regole (secondo me) per programmare un viaggio di turismo responsabile.

  •  La meta: non scegliere destinazioni affette da overtourism
  • Il mezzo di trasporto: prediligi compagnie che abbiamo strategie di compensazione di CO2 in risposta all’impatto ambientale generato.
  • L’itinerario: se il viaggio prevede più tappe, aggiungi alle attrattive più turistiche anche la visita di aree meno conosciute per favorire una maggiore ridistribuzione economica e scoprire luoghi più autentici.
  • Il vitto e l’alloggio: preferisci sempre strutture ricettive piccole e gestite da locali che hanno più bisogno del tuo sostegno. Non soggiornare o mangiare presso catene di multinazionali che spesso non garantiscono un’equa distribuzione dei proventi.
  • Incontro con la comunità: contatta associazioni locali e organizza un incontro per visitare i loro progetti, può essere un’occasione per entrare nella quotidianità della comunità locale e dare loro la possibilità di raccontare e promuovere le loro attività.
  • Altri servizi: se hai bisogno di guide o accompagnatori rivolgiti a enti turistici locali e, dove possibile, accreditati per sostenere un’economia locale regolare.

Come vedi la maggior parte di questi aspetti si fondano sull’instaurare una relazione quanto più possibile equa con i soggetti locali, che siano operatori turistici o semplicemente persone che incontriamo. Ritornando alla definizione di AITR infatti, la comunità ospitante è centrale e protagonista, sia nella programmazione dell’esperienza turistica che nella sua realizzazione.

Questo aspetto deve necessariamente essere una priorità e una guida per chi vuole programmare un viaggio di turismo responsabile che dovrebbe partire proprio dalla creazione di una rete con i soggetti del territorio. La comunità deve condividere e apprezzare i benefici della valorizzazione turistica del proprio territorio e deve essere preparata ad accogliere i visitatori per offrire loro un’esperienza positiva, da ricordare e raccontare.

La migliore promozione turistica di un luogo la fanno le persone che l’hanno vissuto.

In conclusione, sia che programmi il tuo viaggio in autonomia, che se acquisti un pacchetto vacanze da un tour operator, è importante riflettere su molti aspetti e fare delle scelte.

Si dice che sono le nostre scelte a definire chi siamo, ma non si specifica mai il dove siamo; io direi che vale sempre sia che siamo a casa che in vacanza, non credi?

©photo Francesco Cosentini

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