rischi del turismo, dark tourism

I rischi del turismo: zoo umani e Dark Tourism

I lati oscuri del turismo

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Stercoraro “in posa”, Parco Regionale dei Picentini (Campania)

Ti sei mai sentito osservato? Non so se ti è mai capitato di sentire su di te lo sguardo di qualcuno che si fa sempre più pesante, fastidioso fino a diventare insopportabile. Forse una prima reazione è sentirsi apprezzato, meritevole di quello sguardo così insistente perché interessato, ma dopo poco le nostre insicurezze e debolezze ci faranno venire mille dubbi: su come ci siamo vestiti, sui chili in più che abbiamo messo, su quel brufolo sul naso che non abbiamo ben nascosto con il fondotinta, su quell’ultimo bottone della camicia che sulla pancia fa fatica a stare chiuso.

Sentirsi osservato e giudicato e poi magari dopo qualche istante anche fotografato; il suono di quello scatto ci farebbe sentire subito come in uno zoo, ma non abbiamo pagato il biglietto perché siamo noi quelli dentro le gabbie.

“Uomini nelle gabbie” è il titolo del libro di Viviano Domenici che il mio compagno mi ha regalato qualche anno fa, quando insieme e da appassionati viaggiatori ci siamo avvicinati al mondo del turismo responsabile.

Cosa c’entra il turismo con lo zoo?

Per quasi un millennio dalla seconda metà dell’800 (quindi in piena colonizzazione), nelle grandi città europee dell’epoca, soprattutto in occasione delle Esposizioni Universali, si iniziarono ad esporre oltre ai già noti protagonisti dei freak shows (nani, giganti, donne barbute e uomini con ogni genere di malformazione o stranezza degna di palcoscenico), anche neri, eschimesi, pigmei, più genericamente cannibali, provenienti da terre lontane e primitive.
Qualcuno probabilmente intuì che da semplici schiavi noti già da secoli, quei “selvaggi” potevano diventare anche elementi di svago per la borghesia dell’epoca, attirata dal fascino dell’esotico e magari da un po’ di sana paura che le vittime potevano incutere dalle loro gabbie.

Oggi abbiamo i mezzi e le risorse per andare a trovare quei “selvaggi”, direttamente a casa loro e senza il filtro di una gabbia.

Ecco che se l’obiettivo di un viaggio è questo possiamo parlare di vacanza etnica. A mio parere sono due le principali perplessità su questo tipo di vacanza.

La prima, è che si basa sull’idea che quelle etnie di cui andiamo alla ricerca siano “ancora” primitive, ovvero ferme a un ipotetico stadio precedente di sviluppo come se il tempo (per loro) si fosse fermato o avesse rallentato e soprattutto non riprendesse ad accelerare con il nostro arrivo. La globalizzazione rende questo davvero molto difficile da credere: mi viene in mente quando ero in Tanzania e la frequente vista del Maasai vestito con la stoffa tradizionale avvolta al busto, il bastone in una mano e alle orecchie le cuffiette dell’Ipod appoggiato in una tasca fai-da-te.

La seconda perplessità è che se pure ci fossero dei gruppi etnici così isolati e incontaminati che sopravvivono lontano da tutto il resto, come può esistere ed essere sostenibile un fenomeno turistico del genere che di fatto mina tale sopravvivenza? Sembra un paradosso, ma se la loro esistenza e sopravvivenza è garantita dall’essere isolati e sconosciuti, non possiamo pensare di poterli “andare a trovare” in massa senza rompere tale equilibrio.

La risposta a tali quesiti è una sola: il business, che rende tutto possibile. Questo però non significa una grande messa in scena di attori in costume che poi si spartiscono il bottino, ma uno staff di tecnici facoltosi che dietro le quinte tira i fili, e a fine spettacolo mangia ostriche mentre lancia noccioline alle povere star.

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Scale che conducono alle Batu Caves di Kuala Lumpur, meta di turismo religioso in Malesia

Il caso delle “Donne giraffa”

Forse conoscerai già il noto caso delle “donne giraffe”, esemplificativo di ciò che può accadere a causa di interessi economici. Queste donne appartengono alla tribu kayan e sono rifugiate birmane confinate in alcuni campi profughi in Thailandia settentrionale. Questi sono diventati meta di migliaia di turisti internazionali attirati dalla loro tradizionale usanza di indossare fin da bambine degli anelli al collo che, spingendo verso il basso la clavicola, lo allunga fino a 25-30 centimetri.

Secondo Domenici, sono loro i moderni “uomini nelle gabbie”, donne e bambine costrette a vivere lontano da casa loro, di fatto prigioniere perché non avendo documenti non possono andar via o praticare altri lavori.
Il loro “lavoro” quindi è quello di accogliere i turisti che pagano un biglietto proprio per vederle, ricevere un sorriso e farsi scattare una foto ricordo. Alcuni tour operator inoltre, hanno pensato di trasferire un gruppetto di donne nel sud del Paese, più vicino alle mete balneari così da evitare ai turisti di fare tanti chilometri e “raccoglierle” insieme ad altre etnie locali per mostrarle in una sorta di “centro etnico-commerciale”.

Centro etnico- commerciale“, un’espressione davvero raccapricciante non credi?

E la cosa più assurda è che le vittime sole, senza tutela e fiducia, non riuscendo a immaginare una via di fuga e un’alternativa e temendo una situazione peggiore, in qualche modo accettano quella attuale (che almeno garantisce loro la sopravvivenza), siglando una strana complicità con i loro carnefici.

I Jarawa della Andaman Trunk Road

Altro caso raccontato nel libro, forse un po’ meno conosciuto, ma altrettanto sconvolgente, è quello delle Isole Andamane e dell’Andaman Trunk Road. Una strada asfaltata costruita negli anni ’70 che attraversa la foresta e per 35 km la riserva territoriale degli Jarawa, costituita nel 1957 per tutelare l’etnia e il loro accesso alle risorse.

Il risultato è un proficuo business di noleggio auto per poter scattare foto dal finestrino agli indigeni con il gonnellino e offrire loro qualche moneta o un po’ di cibo, tabacco e marijuana (che pare gradiscano). Si racconta in realtà anche di molte donne jarawa che salgono in auto e diventano facilmente vittime di abusi sessuali. Questo zoo umano ”all’aperto” in questo caso, è stato denunciato da diversi giornalisti e organizzazioni (come Survival International): il caso ebbe una certa notorietà nel 2012 quando un giornalista inglese pubblicò un video che dimostrava il business degli autisti e la connivenza della polizia. Nonostante la denuncia, il necessario intervento dell’amministrazione locale e le proteste internazionali, la strada è ancora aperta e gli Jarawa fanno la loro apparizione per accontentare i turisti e assecondare le loro aspettative.

L’ignoranza fa il resto. Non sapere cosa c’è dietro l’opportunità di un’esperienza di turismo etnico unica al mondo, rende tutto possibile e accettabile. Certo non sapere non è una giustificazione in questo caso perché un viaggiatore responsabile non può concepire tali rischi del turismo; peggio ancora è chi ne è a conoscenza, ma si tranquillizza e nasconde dietro la convinzione che sta contribuendo al benessere di una comunità che se non potesse vivere di questo non farebbe null’altro (meglio di niente, insomma).

A volte, pensare che l’altro, spettacolarizzato e sfruttato per il suo essere o la sua condizione, non abbia alternative è un alibi molto comodo per continuare a mettere davanti a tutto le proprie esigenze.

L’Uluru Mountain in Australia

Ti racconto la mia esperienza personale in Australia.

Nel 2019 è stato finalmente approvato il divieto di scalare l’Uluru Mountain (conosciuto come Ayers Rock), la montagna sacra agli aborigeni al centro dell’Australia, notizia che mi ha riempito il cuore di gioia.

Si perché in Australia ci sono stata qualche anno fa e, grazie alle amicizie trovate, sento di avere un certo legame con il Paese. Devo ammettere che durante quel viaggio era grande il desiderio di entrare in contatto con la comunità aborigena, parlare con loro, magari ascoltare storie, soprattutto dopo aver letto libri e visto film sulla loro millenaria cultura e rimasta inevitabilmente affascinata dal rituale del walkabout e dalle vie dei canti.

La realtà che ho dovuto presto accettare però, era che i pochi aborigeni che incontravo erano quelli ben vestiti che escono dagli uffici con la borsa da lavoro o vanno a fare shopping, oppure (ahimè) quelli in un chiaro stato disagio economico e sociale che elemosinano qualche dollaro per l’ennesima birra della mattina. E gli altri, quelli un po’ più “veri” diciamo, dove sono?

La tradizione aborigena si sente davvero poco: la leggi sui cartelli di divieto di ingresso in alcune aree o su quelli che riconoscono la loro proprietà tradizionale, la vedi nei disegni sui boomerang nei negozi di souvenir, la respiri dentro i musei ma come se fosse qualcosa di morto, estinto.

Sarà perché la colonizzazione fa questo, assoggetta oppure assimila, divide e discrimina oppure uniforma, distrugge culture, lingue, tradizioni, persone.

Pensa che solo negli anni ’90 è stato riconosciuto agli Aborigeni il diritto di rivendicare la proprietà tradizionale delle loro terre e solo nel 2008, l’allora primo ministro Kevin Rudd ha chiesto ufficialmente scusa agli Aborigeni per lo sterminio, il dolore inflitto, il futuro rubato.

Sappiamo che ci sono ancora tribù aborigene che vivono nelle loro terre, lontano dalle città e isolati dal resto del mondo, raccogliendo i frutti della natura e cacciando animali, vestendosi di pelli e usando utensili tradizionali. Nonostante qualche foto, video e ricordi dei musei visitati, non riesco davvero a immaginarli lì nel bush a cantare i loro cammini, però so di certo che non sarò io con il mio desiderio esotico a rompere quell’equilibrio sacro con la natura che li rende il popolo più antico del mondo.

Eppure non è necessario rompere i confini delle terre aborigene per mancare di rispetto all’Altro. Quando andammo in Central Australia a visitare l’Uluru Mountain, leggemmo un avviso che dato che la montagna è considerata sacra dagli Aborigeni non doveva essere scalata. Ciononostante, vedevamo numerosi gruppi di turisti che lo facevano. Molti avranno sicuramente chiesto ai tour operator o alle agenzie locali di farlo, altri magari indecisi, avranno visto gli altri farlo e si saranno detti “perché io no?”

Leggere che era considerato un atto di mancanza di rispetto nei confronti di una comunità non sarà stato sufficiente. Ora però tale divieto è ufficiale e dovrà essere rispettato ed è una delle tante piccole ma importanti vittorie di popoli forti e resilienti.

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Uluru Mountain a Alice Springs, Australia

Quanto raccontato finora è un esempio di come il turismo possa avere un impatto negativo. Non solo sull’ambiente, ma anche sulle persone, sulla sopravvivenza di una comunità e delle sue tradizioni ed equilibri. Il turismo può generare benefici economici per qualcuno a danno di altri e attraverso la loro spettacolarizzazione, lasciando così ben poco all’idea che viaggiare possa aprire la mente e favorire la pace e il dialogo tra i popoli.

Una tendenza del turismo degli ultimi decenni, che a mio parere rappresenta gli stessi rischi, è lo Slum Tourism.

Turismo della povertà: lo Slum Tourism

Sempre cavalcando quella domanda di diversità e unicità dell’esperienza turistica, alcuni operatori turistici hanno ideato dei veri e propri tour della povertà, generalmente all’interno delle baraccopoli di grandi città del Sud del mondo. Non è difficile immaginare la disparità di due mondi che si incontrano: la parte ricca va a casa di quella povera e la osserva e fotografa, proprio come in uno zoo, pensando di star dando loro voce e regalando momenti di visibilità.

Credo però ci siano delle differenze tra un tour operator tradizionale che inserisce nel suo pacchetto vacanze una visita accompagnata nelle favelas e un’organizzazione di cooperazione allo sviluppo impegnata nel territorio che porta un gruppetto di persone a incontrare le comunità locale.
Il primo scaricherà 50 persone in strada, con macchine fotografiche al collo e borsellino con monete preparato per l’occorrenza, e li lascerà vagare per un paio d’ore da soli dopo poche chiacchiere fatte in pullman; il secondo, affiderà il gruppo a un mediatore culturale che conosce qualche rappresentante della comunità a cui presenterà i visitatori e spiegherà i principali problemi del territorio e le attività messe in campo per risolverli.

I turisti allo sbaraglio torneranno a casa con decine di foto di sguardi persi nel vuoto e qualche furbo sorriso, tutti desiderosi del prossimo safari, compresa la vittima di turno a cui i “poveretti” hanno rubato il portafogli. Gli altri visitatori avranno immagini forti stampate nella memoria, mille dubbi e domande sulla propria vita, su quanto siano dipendenti da cose superflue e su qual è il loro ruolo nel mondo. Probabilmente decideranno di destinare il 5xmille all’organizzazione che li ha accompagnati.
Collegherei questo altro tipo di esperienza alla riflessione sul turismo come mezzo di cooperazione internazionale allo sviluppo e opportunità di dialogo tra i popoli (leggi di più su Turismo e sviluppo).

Avevi mai pensato a questi aspetti del turismo? Costituiscono il “dark side” di un fenomeno economico, sociale e culturale tanto osannato e di cui spesso siamo proprio noi i protagonisti.

Lo Slum Tourism viene a volte associato anche a un’altra tendenza del turismo che però mi sembra avere delle caratteristiche un po’ diverse, e ritengo sia d’obbligo una riflessione.

Il Dark Tourism

L’espressione Dark Tourism fa riferimento a quel tipo di viaggi che hanno come destinazione luoghi di morte, che sia per guerre o delitti o catastrofi naturali. Forse l’esempio più semplice e comune è la visita del campo di concentramento di Auschwitz; se non l’hai visitato personalmente avrai di sicuro un amico o un parente che ci è stato e non avrà trovato le parole giuste per raccontarti l’esperienza, ad ogni modo intensa e unica e assolutamente da fare.

Perché ricordare quanto accaduto e le atrocità commesse dagli uomini, in particolare da uomini così vicini a noi nel tempo e nello spazio, serve a fare in modo che la storia non si ripeta.

…l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare e il vento si poserà”.

Auschwitz di Francesco Guccini

Il problema etico si pone nel momento in cui il mercato e i suoi attori economici fiutando dei veri e propri business dietro questa umana propensione per la sofferenza e l’orrore, hanno di fatto creato una categoria di turismo in grado di accomunare esperienze turistiche per il tipo di sentimento che generano e parallelamente facilitare la ricerca al turista della prossima esperienza “dark”.

E come per ogni attrazione da parco giochi che si rispetti, non può mancare la foto ricordo (che sia un selfie o una più costosa stampa incorniciata) e un’ampia scelta di souvenir all’uscita, subito prima della cassa. Forse portare qualcosa a casa di quel momento vissuto aiuterà un po’ a oggettivare l’esperienza e anche le emozioni provate con cui è troppo difficile convivere.

Vacanza etnica, Slum Tourism e Dark Tourism, cosa hanno in comune queste tendenze?

Forse nulla, o meglio, forse solo la centralità del turista e delle sue aspettative, la necessità di soddisfare il suo bisogno di provare emozioni diverse e forti a tutti i costi, indipendentemente dall’autenticità di ciò che vive e dall’impatto che la sua esperienza può avere, per poi alla fine ridurre comunque tutto a un souvenir e un selfie.

Da una parte abbiamo una mancanza di rispetto nei confronti di persone come noi ma che non consideriamo tali, diverse e in qualche modo inferiori perché possiamo entrare in casa loro e fotografarli senza permesso che immagino non permetteremmo che qualcuno facesse a noi (vacanza etnica e slum tourism). Dall’altra, il rischio di mancare di rispetto ai luoghi, alla storia e quindi alle persone del passato che hanno sofferto, che sono morte e la cui storia ha conferito a quei luoghi una sorta di sacralità se non fosse per il ruolo che hanno di non far dimenticare.

Se è vero quindi che informarsi e conoscere è importante per tutti, se è vero che la memoria storica è un valore e conoscere significa non dimenticare, è anche vero che bisogna essere guidati e preparati per alcuni tipi di esperienze e portare il massimo rispetto ai luoghi, alle storie e alle persone (vive o decedute).

In conclusione

Credo che il turismo contemporaneo e le nuove tendenze in crescita mettano il turista al centro, con le sue esigenze e aspettative, ma secondo te è giusto?

Il nostro desiderio di esperienza e conoscenza rischia di diventare facilmente una giustificazione a comportamenti che mancano di rispetto; forse il nostro desiderio di diversità ed esotismo sono leggermente meno importanti della sopravvivenza di una comunità di persone (nere, gialle, vestite o nude, con o senza cellulare e televisione che siano).

Viaggiare è fondamentale e una grande opportunità per incontrare l’altro.

Ma laddove tale incontro non solo non è equo e paritario, ma rischia di togliere dignità all’altro, mi sa che dovrai fare uno sforzo in più per accogliere emozioni e sensazioni inaspettate, ricordare un’esperienza che sarà stata davvero unica e autentica perché non programmata da nessun’altro e accontentarti di portare a casa solo fotografie di montagne e monumenti.

©photo Francesco Cosentini